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La Valle del Sagittario con il Lago di San Domenico

 

 

La Riserva Naturale del Lago di San Domenico e Lago Pio a Villalago

 

La Regione Abruzzo con L.R. nr.6 del 08/02/05 – art. 137 ha istituito la Riserva Naturale Controllata delle aree lacustri e limitrofe del lago di San Domenico e del Lago Pio ai sensi della L.R. 38/96, su istanza avanzata dal Comune di Villalago ai sensi della deliberazione di Consiglio Comunale nr. 28 del 09/07/04.

 

 

Cartografia Riserva Naturale Villalago

 

 

Inquadramento territoriale e geomorfologico

L’area della Riserva consiste di due porzioni distinte comprese interamente all’interno dei confini del territorio comunale di Villalago in provincia di L’Aquila: la più grande di circa 53 ha comprende il bacino artificiale del Lago di San Domenico e parte dei territori circostanti, e la seconda di circa 7 ha conserva il relitto geologico del Lago Pio situato a sud del centro storico di Villalago.

La prima porzione di territorio protetto è composta dal bacino lacustre, dalle rupi calcaree e dal fiume Sagittario, che nasce da un sistema sorgentizio a valle del paese di Villalago e confluisce nel bacino lacustre di San Domenico dopo circa 700 m. Sempre nello stesso bacino confluiscono le acque della sorgente “Sega” che nasce negli anfratti della valle di Prato Cardoso per riversarsi in lago solo dopo pochi metri.

Il paesaggio circostante è composto dai tipici rilievi calcarei dell’Appennino Centrale con praterie aride secondarie interrotte da formazioni forestali.

Il bacino lacustre di San Domenico si pone all’ingresso superiore delle Gole del Sagittario, una suggestiva forra che si apre dopo circa 6 km sul paese di Anversa degli Abruzzi.

In questo paesaggio si notano evidenti i segni dell’azione antropica che nella forra ha realizzato una strada e lo sbarramento idroelettrico che ha dato origine all’invaso artificiale di San Domenico, mentre in quota e nelle aree di fondovalle ha eliminato ampie porzioni di vegetazione forestale per far posto a pascoli ed alle coltivazioni, in particolare della segale. L’intensa attività agricola oggi è quasi completamente abbandonata ma lascia segni evidenti attraverso vecchi coltivi e terrazzamenti in via di ricolonizzazione naturale.

Resta il pascolo del bestiame che però tende a spostarsi verso i settori più elevati delle montagne dove si ritrovano praterie più ampie e con maggiore foraggio.

Il settore del Lago di San Domenico è confinato a nord dallo sbarramento artificiale, ad ovest dalla strada SR479 che conduce da Anversa degli Abruzzi a Villalago, ad est dalle sponde lacuali e nel settore meridionale dai due rilievi collinari prima del centro storico di Villalago che chiude questa porzione di Riserva incrociando la strada sopra il settore in cui sono localizzate le sorgenti del Sagittario.

Il settore del Lago Pio si trova nelle immediate vicinanze del centro abitato di Villalago da cui è confinato nella parte settentrionale, mentre, i restanti settori sono delimitati dalla viabilità comunale e provinciale.

Il Lago Pio

Questo suggestivo specchio d’acqua è compreso, così come il paese di Villalago, in una valle racchiusa tra i versanti del Monte Genzana a Est e quelli della Montagna Grande a Ovest, coperti da densa vegetazione forestale. A sud – est questo piccolo invaso naturale confina con i depositi franosi che staccatisi dal Monte Genzana hanno dato origine al Lago di Scanno. Tali depositi sono oggi ricoperti da una rada vegetazione arborea di carattere xerofilo costituita in prevalenza da querceti a roverella e da formazioni forestali di origine antropica.

I bacini lacustri hanno un caratteristico colore verde smeraldo e sono periodicamente frequentati da numerosi uccelli migratori. Dal lago di San Domenico partono diversi sentieri di cui alcuni collegano il lago con le montagne adiacenti, altri lo collegano direttamente con l’abitato di Villalago. Lungo il percorso perimetrale dell’invaso si trovano numerose e piccole sorgenti che creano suggestive cascatelle ed un antico mulino ad acqua ristrutturato di recente. Il mulino, perfettamente funzionante, è meta abituale da parte di scolaresche e turisti in quanto rappresenta un enorme patrimonio delle tradizioni di questi luoghi. La presenza dell'Eremo di San Domenico, oltre ad essere edificato in un'area di alto valore ambientale, rappresenta una importante testimonianza nella storia dell'eremitismo della nostra Regione.

La Grotta si presentava a strapiombo nella parete rocciosa, infatti solo nel1928 la valletta sottostante è stata allagata, ed una prima cappellina fu costruita davanti ad essa quando era ancora in vita il Santo per volontà dei Conti di Valva. La chiesetta attuale, rimaneggiata nel 1736, risale al XVI secolo e di quest'epoca è il bel portale a grottesche proveniente dal diruto Monastero di S. Pietro in Lacu. Nel suggestivo portichetto sono stati dipinti in epoca recente alcuni miracoli di S. Domenico. Al di sotto erano ricavate due celle eremitiche, abbandonate quando fu realizzato il bacino artificiale, creato negli anni ’20 dallo sbarramento del fiume Sagittario, che trasformò anche l'aspetto del luogo. Al dormitorio si accede da una scaletta ricavata nella roccia, il cui ingresso è dietro l'unico altare che troviamo all'interno.

San Domenico era un monaco benedettino che giunse nella Valle del Sagittario intorno al 1013 e nei pressi della futura Villa de Lacu trovò una grotta molto angusta dove si ritirò in penitenza per sei lunghi anni e dove sono ancora conservati i resti del legno sopra cui dormiva, il "fornetto", cioè la pietra sopra la quale cuoceva il pane, la piccola pozza d'acqua sorgiva ancora oggi raccolta dai pellegrini per lenire il mal di denti.

 

Inquadramento geologico

La zona della Riserva Naturale del Lago di San Domenico è ubicata cartograficamente a cavallo tra il Foglio 378-Est ed il 378-Ovest della Carta Topografica Regionale in scala 1:25.000.

Quest’area è caratterizzata da due imponenti dorsali montuose carbonatiche, parallele fra loro e allungate in direzione NNW-SSE: rispettivamente la dorsale Montagna Grande – M. Marsicano, più a W, e quella M. Genzana – M. Greco, più a Est. Queste sono bordate e separate da due depressioni allungate anch’esse in direzione NNW-SSE e formate dall’allineamento di valli a deflusso opposto: rispettivamente l’allineamento valle del Fiume Giovenco – valle dell’alto Fiume Sangro, ad W, e quello delle valli del Profluo, del Tasso e del Sagittario, compreso tra le due dorsali.

Le dorsali montuose sono costituite da rocce calcaree formatesi durante il Mesozoico e il Cenozoico in ambiente marino in diversi contesti paleogeografici e facenti parte di successioni di piattaforma, margine di piattaforma e scarpata – bacino.

Sulla dorsale della Montagna Grande si distinguono le potenti successioni calcaree del margine orientale della piattaforma carbonatica laziale – abruzzese. Queste sono costituite alla base da litotipi essenzialmente dolomitici (calcari dolomitici bianchi e grigi e dolomie grigie massive) del Giurassico inferiore (Lias inferiore); seguono in successione stratigrafica le facies di piattaforma interna dei “Calcari a Palaeodasycladus” (Calcari micritici avana e Calcari detritici spesso dolomitizzati) riferibili sempre al Giurassico inferiore (Lias superiore). Le litologie riferibili al Giurassico medio e superiore (Dogger – Malm) sono particolarmente significative e sono costituite da una serie di intervalli successivi di calcari organogeni, resti di antiche scogliere coralline, e di Calcari oolitici; sono queste le caratteristiche essenziali della Formazione della Terratta, istituita proprio in quest’area dove si ha una delle più complete e più estese successioni di tutto l’Appennino centrale, riferibile ad un ambiente di margine di piattaforma. La parte alta della successione è costituita da calcari detritici, spesso d’aspetto cristallino, riferibili al Cretacico e al Paleogene (Formazione Acquaviva, Calacareniti a macroforaminiferi), e si presenta lacunosa e discontinua segno di una forte instabilità degli ambienti sedimentari.

Più ad Est i rilievi del M. Genzana e del M. Greco, sono costituiti da successioni calcareo-silico-marnose di ambiente di bacino - scarpata riferibili al corridoio marsicano; alla base sono presenti dolomie selcifere liassiche (Giurassico inferiore), seguiti da litologie calcaree micritiche, con lenti di selce ed intercalazioni di calcari detritici riferibili a tutto l’intervallo che va dal Giurassico medio, al Cretacico, con caratteristiche delle diverse formazioni (dalla Corniola alla Scaglia) in parte assimilabili alla successione umbro marchigiana presente nei settori più settentrionali.

Più a Sud, sui Monti della Meta e delle Mainarde si rilevano, invece, successioni di scarpata legate alla piattaforma laziale - abruzzese; si tratta di successioni fortemente lacunose con calcari detritici cretacico – paleogenici poggianti direttamente su litotipi dolomitici e calcarei liassici (Giurassico inferiore).

Lungo le valli, invece, affiorano prevalentemente depositi marini argilloso – arenacei riferibili al Miocene superiore e formatisi contestualmente alla deformazione ed alla strutturazione della catena nei bacini avanfossa.

La litostratigrafia della zona del lago di San Domenico viene descritta dalla successione della struttura Piana Malavascione – Monte della Rovere (Miccadei 1993). Questa successione rappresenta una novità nell’ambito degli studi che descrivono l’area in esame. Comprende, infatti, litotipi che caratterizzano la zona posta tra quelle delle successioni di piattaforma – soglia della Montagna Grande – Marsicano e quelle di transizione del M. Genzana. I termini di questa successione passano essenzialmente da ambienti di piede di scarpata a quelli di transizione più distale.

Veduta del Lago di San Domenico

I termini più antichi, affioranti alla base di Monte della Rovere, sono costituiti da litotipi micritici straterellati, di colore da bianco a grigio scuro, con selce nera in lenti e noduli a cui si intercalano litotipi detritici. Questi termini sono attribuibili a termini cretacici della formazione della Maiolica, al passaggio con termini calcarei detritici ad Orbitoline.

I litotipi del Cretacico inferiore sono costituiti da calcari detritici e micritici da grigio – nerastri (base della formazione) a grigio – bianco – avana (tetto della formazione) con abbondanti apporti clastici di tipo debris flow e grain flow. Sono presenti frequenti e numerose intercalazioni di argille e marne grigio – verdastre. Abbondantissima è la selce in noduli da grigia a rosata. Nella parte detritica si rinvengono abbondanti orbitoline, frammenti di coralli ed echinodermi. Nella parte micritica sono presenti foraminiferi planctonici.

Dal punto di vista tettonico, l’assetto della area in esame è il risultato di complessi movimenti a diversa direzione di trasporto: le dorsali e le valli sono interessate da importanti sistemi di faglie di diversa tipologia (sovrascorrimenti e faglie trascorrenti) ad andamento N-S o NNW-SSE (“linea” Alto Sangro-Giovenco e “linea” Profluo-Tasso-Sagittario) ed ad andamento E-W (“linea” del Sangro e “linea” del M. Greco). Tali sistemi di faglie si sono sviluppati durante il Miocene, il Pliocene e in parte durante il Quaternario e hanno portato alla deformazione delle successioni litologiche meso-cenozoiche e alla strutturazione della porzione di catena appenninica che stiamo esaminando.

Tettonicamente il Lago di San Domenico fa parte dell’unità strutturale “Piana Malvascione – M. della Rovere”. L’assetto geometrico di quest’unità è molto complesso, in quanto vi si osservano nette e continue variazioni delle giaciture degli strati da subverticali a suborizzontali, con immersione variabile da SW a NE. Inoltre, fasce cataclastiche, brecce di frizione e numerosi elementi di taglio (a direzione prevalente NW-SE ed E-W) hanno disarticolato l’intera area.

La direttrice tettonica, in questa zona, si mantiene piuttosto spostata ad oriente rispetto alla valle del Sagittario, ma poco più a valle del Lago di San Domenico una dislocazione trasversale la sposta verso occidente di circa un chilometro portandola nei pressi del corso del fiume ed accentuando l’inclinazione degli strati fino alla verticale. Questa frattura trasversale corrisponde con la fine della struttura intermedia posta tra le due vicarianti

Durante il Quaternario, infine, l’ultima fase dell’evoluzione geologica e geomorfologica della catena appenninica si sviluppa in ambiente continentale. Lungo i versanti e nelle valli si formano lembi discontinui di depositi alluvionali, di versante e, alle quote più alte, glaciali. Sono proprio questi processi che determinano l’evoluzione del paesaggio fino a definire i tratti spettacolari che caratterizzano il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e che possiamo osservare nella Riserva Naturale.

 

Inquadramento vegetazionale

Le diverse situazioni microclimatiche e le caratteristiche ambientali della forra hanno fatto si che in una porzione così ristretta di territorio si assiste ad un’elevata diversità floristica con numerose presenze di specie endemiche e rare.

Nell’area della Riserva circostante il lago di San Domenico si distinguono 5 tipologie di vegetazione: 

  • Formazioni ripariali con salici e pioppi;

  • Boschi misti dei versanti;

  • La macchia e le aree a ricolonizzazione naturale;

  • Prati e pascoli aridi;

  • Vegetazione delle rupi.

I consorzi forestali nell’area della Riserva sono localizzati esclusivamente nell’area ripariale del settore sud – orientale, sulle colline che delimitano a sud – est i confini della Riserva e lungo i versanti a valle del centro storico.

Lungo l’area ripariale si ritrovano formazioni igrofile a stretto contatto con varietà vegetali tipiche dei boschi misti mesofili cui si aggiungono specie a più spiccato carattere termofilo, richiamate dalle particolari condizioni microclimatiche come la Roverella (Quercus pubescens).

L’area ripariale del lago si presenta povera di formazioni igrofile arboree ed arbustive che nella maggior parte dei casi formano una sottile fascia (1 – 5 m in estensione laterale) separando le sponde dai prati aridi circostanti. Nel complesso le sponde del Lago di San Domenico appaiono nude e rocciose con pochi esemplari di Salice (Salix alba e Salix purpurea) ed arbusti di Leccio (Quercus ilex) impiantati tra le fessure della roccia.

La vegetazione arborea che copre il colle a sud – ovest del lago di San Domenico è costituita in prevalenza da rimboschimenti artificiali di Pino nero impiantati in passato a scopi protettivi e di stabilizzazione dei versanti. La restante vegetazione arborea che circonda il colle è costituita da elementi tipici dei boschi misti mesofili.

Estendendo lo sguardo anche ai settori immediatamente adiacenti l’area del bacino lacustre di San Domenico si osserva la prevalenza di versanti molto scoscesi in via di ricostituzione naturale con arbusteti in serie dinamica con i pascoli aridi. Questa condizione si osserva in particolare lungo i versanti compresi tra la Valle di Prato Cardoso e la Valle Maggiore.

La difficile ripresa della vegetazione arborea nelle aree prative circostanti il lago di San Domenico è dettata dalle severe condizioni del substrato altamente permeabile ai flussi idrici con scarsa profondità dell’orizzonte umico e dal continuo pascolamento del bestiame esercitato nei secoli scorsi. 

 

L’area ripariale  

Laddove il corpo idrico annulla la sua influenza sul substrato le formazioni vegetali igrofile si fondono alle strutture climaciche forestali che risentendo della maggiore umidità si arricchiscono di specie mesofile generando un’importante area ecotonale di passaggio tra l’ambiente igrofilo e quello “strettamente terrestre”.

La situazione appena descritta varia adattandosi alle caratteristiche del territorio circostante ed in special modo all’acclività dei versanti. In un ambiente stretto di forra, come quello delle Gole del Sagittario, le differenti fasce di vegetazione si assottigliano fino ad annullarsi in quanto la forte pendenza delle sponde laterali non permette l’inondazione e la distribuzione ai territori circostanti del maggior carico idrico nei periodi di piena.

In questo modo la vegetazione ripariale si fonde fin dai primi metri di distanza dall’alveo con le formazioni tipiche della forra e di questa fascia fitoclimatica.

La vegetazione tipicamente ripariale s’instaura quasi esclusivamente nel settore perifluviale dove si ritrovano piccoli nuclei di Salice bianco (Salix alba), Salice rosso (Sailx purpurea), Pioppo Bianco (Populus alba) e Pioppo tremolo (Populus tremula). A queste specie si aggiungono l’Ontano nero (Alnus glutinosa) ed il Frassino maggiore (Fraxinus excelsior), tipico colonizzatore degli ambienti di forra con elevata umidità e substrato profondo poco coerente.

Lungo i versanti scoscesi e maggiormente assolati s’impianta il Nocciolo (di derivazione antropica), diverse specie di Aceri (Acer campestre ed Acer obtusatum), il Carpino nero (Ostrya carpinifolia) ed in particolare l’Orniello (Fraxinus ornus) una pianta termoxerofila che preferisce i versanti meridionali esposti con substrato calcareo sciolto ma che presenta un’ampia versatilità di adattamento. Tra la vegetazione si ritrovano anche diversi esemplari di Roverella (Quercus pubescens) al limite del loro areale di distribuzione, richiamati dalla forte insolazione dei versanti e dalle condizioni aride del suolo. A questi nuclei di vegetazione si aggiungono l’Acero campestre (Acer campestre), l’Acero opalo (Acer obtusatum) e l’Acero minore (Acer monspessulanum).

Questi consorzi forestali un tempo sicuramente più estesi sono stati decimati per ricavarne legna e far posto ai pascoli occupando attualmente, l’area ripariale, il versante esposto a nord immediatamente a valle del centro storico di Villalago e strette fasce prospicienti il Lago di San Domenico.

Inoltre, osservando il colle che disegna la linea di spartiacque a sud – est della Valle del Prato Cardoso, si notano gli impianti artificiali a Pino nero effettuati alla fine degli anni 50 al fine di stabilizzare i versanti scoscesi e ricostruire il manto forestale. Oltre tali conifere impiantate artificialmente è raro osservare nella Riserva esemplari di specie arboree invasive come l’Ailanto (Ailanthus altissima) e la Robinia (Robinia pseudacacia).

Il sottobosco, gli arbusteti e la vegetazione

Nel sottobosco, nei mantelli forestali e nelle boscaglie aperte dei settori orientale e meridionale si nota l’elevata diversità floristica dell’area in cui, come già descritto, la forte insolazione dei versanti esposti a sud ed un substrato calcareo incoerente estremamente permeabile alle precipitazioni meteoriche generano l’istaurarsi di condizioni climatiche aride tipiche della fascia climatica mediterranea, favorendo l’affermazione di entità floristiche extrazonali oltre quelle climaciche. Ad esempio, il Viticcio (Clematis flammula) è una specie termofila tipica della macchia mediterranea sempreverde. Si rinviene in ambienti di boscaglia aperta, dominata dal Carpino nero insieme ad altre specie come la Viorna (Clematis vitalba), lo Scornabecco (Cytiso sessilifolium), la Santoreggia (Satureja montana) ed altre.

I cespuglieti ed il sottobosco sono formati da: Biancospino (Crataegus monogina), Caprifoglio alpino (Lonicera alpigena), Caprifoglio comune (Lonicera caprifolium), Maggiociondolo (Laburnum anagyroides), Corniolo (Cornus mas), Dafne laurella (Daphne laureola), Fusaggine comune (Evonymus europeaus), Pungitopo (Ruscus aculeatus) e piante da frutto quali Ciliegio selvatico (Prunus avium) e Pero selvatico (Pyrus pyraster). Nel sottobosco inoltre si ritrovano numerose plantule delle specie arboree citate insieme ad esemplari di Faggio (Fagus sylvatica) che si fanno più frequenti man mano che ci si alza di quota fino a formare la tipica foresta monospecifica delle montagne appenniniche.

Tra le specie censite è interessante notare la presenza abbondante del Ciliegio canino (Prunus mahaleb) al limite del suo areale di distribuzione che predilige i querceti termofili della fascia collinare ma che in quest’area trova una condizione microclimatica idonea in particolare lungo i versanti assolati.

Fiore all’occhiello della Riserva è sicuramente la vegetazione che s’impianta lungo le rupi che circondano l’area del Lago di San Domenico e che si ritrovano lungo tutte le Gole del Sagittario, caratterizzata da un’elevata ricchezza di specie endemiche e relittuali.

Per prima cosa si segnala la presenza del Fiordaliso del Sagittario (Centaurea scannensis), localizzata nei pressi del Santuario di San Domenico, una pianta endemica proprio delle Gole del Sagittario inserita nelle Liste Rosse delle piante italiane.

Fiordaliso del Sagittario

Fiordaliso del Sagittario Centaurea scannensis (Anzalone)

A questa si accompagnano Efedra nebrodense (Ephedra major), una pianta cespugliosa a distribuzione circum-mediterranea considerata dagli studiosi un endemismo conservativo dell’era terziaria, di tipo mediterraneo montano con areale molto frammentato e limitato a stazioni rocciose e calcaree; l’Alyssoides utriculata e la Fritillaria tenella, anch’essi accantonati nelle Gole del Sagittario come relitti mediterranei.

Sempre nei pressi del Santuario di San Domenico si costituiscono autentici giardini naturali, dove si possono contare, in poche decine di metri quadri fino a dieci endemismi, da quelli a più ampia distribuzione italiana come Cerastium tomentosum, Crepis lacera, Campanula fragilis subsp. cavolinii, Centaurea rupestris subsp. ceratophylla, a quelli rari e localizzati come la Viola eugeniae subsp. levieri che manifesta suggestive fioriture con tonalità dal giallo al viola.

È interessante notare come lungo le pareti rocciose a picco sul lago s’impiantano esemplari di Leccio (Quercus ilex) dal portamento arbustivo ed in condizioni extrazonali.

 

I pascoli aridi

Vere e proprie formazioni prative stabili si trovano per lo più immediatamente al di fuori dei confini della Riserva, tra la Valle del Prato Cardoso e la Valle Maggiore. Fà eccezione il settore del Lago Pio dove, però, si osserva un arbusteto rado in via di ricostituzione naturale.

Lungo i versanti assolati e aridi s’impiantano pascoli xerici dominati dal Bromus erectus tendenti alla mesofilia con struttura più compatta nei settori con substrato più profondo e maggiore disponibilità idrica. Tali pascoli hanno aspetto simile alla gariga per la presenza di piccoli cespugli xerofili che caratterizzano queste formazioni, come il Citiso spinoso (Chamaecytisus spinescens), la Santoreggia montana (Satureia montana), la Piantaggine legnosa (Plantago sempervirens) e la Globularia meridionale (Globularia meridionalis). A questi cespugli si accompagna la presenza abbondante di Ginepro comune (Juniperus communis). Nei settori con maggior ristagno di umidità, si ritrovano popolamenti di Brachipodium rupestre, una specie che in alcuni casi può essere considerata in serie dinamica con i pascoli xerici segnando il passo verso la ricostituzione del manto forestale naturale.

 

La Fauna della Riserva

La complessità del sistema ambientale della Riserva del lago di San Domenico e del lago Pio è dovuta alle condizioni microclimatiche e vegetazionali che si sono instaurate nel corso dei secoli e che hanno determinato il sistema ecologico presente. Inoltre, l’intervento umano con la realizzazione dell’invaso di San Domenico, ha definitivamente modificato il profilo dell’habitat di forra delle Gole del Sagittario, determinando la nascita di un sistema complesso che vede intrecciarsi ambienti tipici montani ad ambienti lacustri e ripariali.

Un’analisi a grande scala mette in luce un gradiente di habitat dalle sponde in direzione dei versanti delle montagne circostanti, intercettando unità vegetazionali che vanno dalle formazioni riparie alla faggeta matura, passando per i boschi misti. L’accessibilità alle sponde del lago è garantita dalla presenza della Valle del Prato Cardoso, una piccola valle dalla pendenza ridotta che rappresenta l’accesso principale allo specchio d’acqua. Tra i grandi mammiferi sono presenti l’orso bruno (Ursus arctors marsicanus), il lupo (Canis lupus), il capriolo (Capreolus capreolus) e moltissimi esemplari di cervo (Cervus elaphus subsp. Hippelaphus) avvistati di tanto in tanto in prossimità degli specchi d’acqua.

L’area è caratterizzata da una buona permeabilità faunistica infatti rappresenta una zona di collegamento tra il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, la Riserva Naturale Regionale delle Gole del Sagittario la Riserva Naturale Regionale M.te Genzana Alto Gizio e il Parco Nazionale della Majella. Numerose sono le specie di uccelli, tra cui il posto d'onore spetta all'aquila reale (Aquila chrysaetos), abitatrice tipica delle creste di montagna più alte ed inaccessibili.

Sono presenti, poi, quasi tutti gli altri rapaci: a cominciare, per i diurni, dal maestoso astore (Accipiter gentilis), alla poiana (Buteo buteo), al falco pellegrino (Falco peregrinus), senza escludere specie comuni come il gheppio (Falco tinnunculus), il biancone (Circaetus gallicus) e lo sparviero (Accipiter nisus). Oltre alle specie elencate, pregevoli per la loro rarità e per il valore ecologico della loro presenza, entrano nella composizione della fauna anche la volpe (Vulpes vulpes), il cinghiale (Sus scrofa), la martora (Martes martes), la faina (Martes foina), il tasso (Meles meles), la lepre (Lepus europaeus), la donnola (Mustelia nivalis) e la puzzola (Martes putorius). Alcune specie di roditori sono più che diffuse come il ghiro (Myoxuis glis), il moscardino (Muscardinus avellanarius), l'arvicola delle nevi (Chyonomis nivalis), il riccio (Erinaceus europeaus) e lo scoiattolo meridionale (Sciurus vulgaris meridionalis), ben diverso dagli esemplari alpini per la colorazione assai scura e la taglia più robusta.

Di notte si possono ascoltare i richiami dei rapaci notturni: la civetta (Athena noctua), l'allocco (Strix alluco) e il barbagianni (Tyto alba) il gufo comune (Asio otus) e il gufo reale (Bubo bubo) reintrodotto di recente.

Altre specie molto frequenti sono: il codirosso (Phoenucurus phoenucurus), l’arvela piccola (Lanius collirio), l’usignolo (Luscinia megarthynchos), la capinera (Sylvia atricapilla), il fringuello (Fringuilla coelebs), il cardellino (Carduelis carduelis), il verzellino (Serinus serinus) e il cuculo (Cuculus canorus). In prossimità di specchi d’acqua e soprattutto sulle rive del lago si possono osservare il merlo acquaiolo (Cinclus cinclus), la ballerina gialla (Motacilla cinerea), il germano reale (Anas platyrrhinchos), lo svasso piccolo (Podiceps nigricollis), lo svasso maggiore (Podiceps cristatus), la folaga (Fulica atra) e molti altri uccelli sia stanziali che migratori, come l'airone cenerino (Ardea cinerea), un elegante trampoliere e il picchio muraiolo (Tichodroma muraria), che nidifica nelle cavità delle pareti rocciose a strapiombo. Si incontrano, mentre volteggiano in gruppo con frequenti voli acrobatici, il gracchio alpino (Pyrrhocorax graculus) e il gracchio corallino (Pyrrhocorax Pyrrhocorax); frequente anche il fringuello alpino (Motifringilla nivalis), la rondine montana (Ptynoprogne rupestris) e il culbianco (Oenanthe oenanthe), nonchè una specie nordica di eccezionale interesse la coturnice (Alectoris graeca).

 

Va inoltre segnalato il colubro liscio (Coronella austriaca) la biscia dal collare (Natrix natrix lanzai), il biacco (Coluber viridiflavus) che frequenta campi e fossati e, nei luoghi più freschi l'orbettino (Anguis fragilis).

 

Per quanto riguarda gli anfibi vanno sicuramente ricordati: la salamandra appenninica (Salamandra salamandra gigliolii), la salamandrina dagli occhiali (Salamandrina terdigitata) e il tritone crestato (Triturus carnifex) entrambe localizzate nei boschi limitrofi alle zone umide. Frequenti sono anche l'ululone dal ventre giallo (Bombina variegata pachypus) e il rospo comune (Bufo bufo spinosus), proprio di quasi tutte le vallate meno fredde.

Tra i lacertidi sono presenti la lucertola (Lacerta muralis) e il ramarro (Lacerta viridis).

E’ da sottolineare la presenza all’interno della Riserva del Gambero di fiume, Austropotamobius pallipes (Lereboullet 1858), una specie dalle ristrette esigenze ecologiche che predilige acque limpide e con elevate concentrazioni d’ossigeno disciolto. Frequenta corsi d’acqua con una temperatura non superiore ai 23 °C e substrato ciottoloso o limoso che esplora di notte alla ricerca di cibo. Necessita di folta vegetazione riparia dove trova riparo tra le radici sommerse e tronchi marcescenti. È una specie onnivora fortemente minacciata dal degrado degli ambienti umidi, dall’inquinamento, dalla pesca incontrollata e dall’immissione di specie esotiche che hanno trasmesso agenti patogeni fungini che negli anni passati hanno decimato le popolazioni autoctone italiane.

Per ciò che concerne l’ittiofauna della Riserva in generale, si hanno pochissime notizie sulle caratteristiche peculiari delle specie presenti: tra i pesci più frequenti si rilevano il Cavedano (Squalius cephalus), l’Anguilla (Anguilla anguilla), la Trota (Salmo trutta), l’Alborella (Alburnus albidus), il Persico reale (Perca fluvialis), la Scardola (Scardinius erythrophthalmus), la Carpa comune (Cyprinus carpio) e la Tinca (Tinca tinca).

Il comprensorio in esame, inoltre, rappresenta una via strategica per la conservazione soprattutto dei grandi mammiferi, un “corridoio faunistico” fondamentale per specie di interesse comunitario quali l’orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus) e il lupo appenninico (Canis lupus italicus), nonché per specie attualmente protette dalla legge 157/92 quali il Cervo (Cervus elaphus) e il Capriolo (Capreolus capreolus).

Un’analisi a scala più generale, inserisce la Riserva in un contesto territoriale molto interessante. Essa si colloca in una posizione strategica per l’avifauna di passo e per quella stanziale, poiché territorialmente è su di una direttrice migratoria che individua i maggiori bacini lacustri tra la Marsica e l’Alto Sangro. La direttrice migratoria tocca il Lago di San Domenico, il Lago di Scanno, il Lago di Barrea. Di conseguenza, l’istituzione della Riserva garantisce il mantenimento degli habitat per gli uccelli che si muovono lungo questo asse, e compensa la riduzione degli ambienti idonei dovuta all’attività umana.

Diverse specie sopraelencate, indicate nell’Allegato І della Direttiva 79/409 CEE e nell’Allegato ІІ della Direttiva 92/43 CEE sono “specie prioritarie” e strettamente protette. L’area in esame ricade in una zona ad alta vocazionalità faunistica per l’orso, e quindi necessita di una tutela particolare, soprattutto a causa della riduzione e del continuo frazionamento di queste aree importantissime per la specie.

Connessioni ecologiche 

Per la posizione geografica e per le caratteristiche ecologiche il territorio della Riserva Naturale controllata del Lago di San Domenico e Lago Pio assume un ruolo centrale nella connessione ambientale delle aree protette circostanti.

Nelle aree limitrofe si trovano: a nord la Riserva Naturale Regionale delle Gole del Sagittario, a sud - ovest il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise ed a sud – est la Riserva Naturale Regionale del Monte Genzana. Ponendosi al centro di questo sistema di aree protette si distinguono due direttrici principali di connessione. La prima direttrice collega il suddetto Parco Nazionale con la Riserva Naturale del Monte Genzana; la seconda linea si può idealmente tracciare connettendo diversi ambienti acquatici che vanno dal cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo al grande bacino fluviale dell’Aterno-Pescara di cui fa parte il fiume Sagittario. I fiumi e le aree ripariali, infatti, rappresentano importanti canali di connessione in grado di distribuire i flussi faunistici verso aree naturali oltrepassando settori altamente antropizzati.

Osservando la carta, questa grande direttrice migratoria, che interessa in particolare l’avifauna, parte dai prati umidi inondabili del Pantano Zittola, ai confini con il Molise, ed arriva fino al bacino del Fiume Sagittario passando per i laghi di Barrea e Scanno. Attraverso queste connessioni gli ecosistemi riescono a scambiare materia ed energia e la fauna selvatica insieme alla vegetazione a trasmettere le informazioni genetiche mantenendo la necessaria variabilità.

In questo sistema di connessioni i bacini di Scanno, San Domenico, lago Pio, fiume Tasso e fiume Sagittario rappresentano importanti bacini di naturalità in cui le specie faunistiche trovano cibo acqua e riparo, durante gli spostamenti alla ricerca di nuovi territori permettendo, allo stesso tempo, la continuità di popolazione di quelle specie strettamente legate all’ambiente acquatico ed all’area ripariale.

Inoltre i territori della Riserva del Lago di San Domenico e Lago Pio ed i bacini idrici circostanti sono soggetti a flussi migratoti stagionali da parte della fauna che nel periodo invernale tende a spostarsi dai settori montani verso le aree ripariali di fondovalle dove trovano cibo e riparo.

Si pensi ad esempio al Merlo acquaiolo che nel periodo invernale si sposta lungo il fiume Sagittario dalle sorgenti immediatamente a valle del paese di Villalago fino alle sorgenti di Cavuto nel territorio comunale di Anversa degli Abruzzi.

Carta Linee Migratorie Avifauna di passo - Marsica/Alto Sangro

La Riserva è stata creata per tutelare la diversità biologica e gli habitat delle numerose specie animali e vegetali presenti nell’area caratterizzata da elevate pendenze, pareti a strapiombo ed ambienti rupestri di elevato valore ecologico. 

Le linee programmatiche e i criteri di gestione risiedono principalmente nella salvaguardia della biodiversità come risorsa unica (Decisione del Parlamento Europeo del Consiglio del 22 luglio 2002 n° 1600/2002/CE) e nel concetto stesso di richiesta di istituzione dell’area protetta da parte del Comune di Villalago, che da subito ha individuato nella realizzazione di una Riserva Naturale Controllata l’istituto più rispondente alle esigenze di conservazione dell’area e di ricostituzione di ambienti naturali, ma anche di corretta sinergia con le attività antropiche agro-silvo-pastorali e di turismo rurale, ambientale e religioso in essa esercitate.

 

La Cartografia della Riserva di Villalago

.pdf  782Kb.

testo a cura dell'Ufficio Territoriale della Riserva Naturale del Lago di San Domenico e Lago Pio di Villalago.

 

 

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Ultimo aggiornamento: 29-01-14.