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Villalago d'epoca: al centro Agata, detta "Telara"
Non si può pensare di affrontare l'argomento dei "detti popolari" o dei "proverbi" e dei "soprannomi" senza rivolgere un pensiero a ciò che hanno rappresentato, e forse ancora rappresentano, le "superstizioni", molto in uso nell'Italia centro-meridionale. Sui soprannomi ci sarebbe molto da dire anche per la recente riscoperta, in gran parte della nostra penisola, per via del fatto che in molti piccoli paesi sono l'unico modo di distinguere le persone tra loro a causa delle frequenti omonimie (sia nei cognomi che nei nomi) dove, a volte, non poté nulla neanche l'introduzione del codice fiscale (n.d.r. escamotage tecnico inventato in tempi recenti per distinguerci gli uni dagli altri...). Anche a Villalago, perciò, non si è rimasti immuni (dalla notte dei tempi) dalle "superstizioni" da cui vorremmo partire in questo breve excursus nell'universo delle tradizioni popolari e delle proprie radici. Non dimentichiamo che la "superstizione" nasce da credenze di natura irrazionale che possono influire sul pensiero e sulla condotta di vita delle persone che le fanno proprie. Da qui la convinzione che gli eventi futuri possano essere influenzati da particolari comportamenti senza che vi sia una relazione casuale. Il passo è breve anche verso la nascita dei "proverbi" che molto spesso, sotto forma di metafora, racchiudono il frutto di un'esperienza reale e comune a molti riportando una "verità" (o presunta tale perché creduta da tanti) scaturita dalla cosiddetta "saggezza popolare" o da semplici "luoghi comuni". Riprenderemo perciò, con piacere, parte del testo scritto dal Padre Francescano Antonio M. D'Antonio, villalaghese di nascita, che nel 1976 pubblicò un interessante saggio su Villalago trattando anche, fra le numerose analisi storiche e culturali possibili in quegli anni, di cose più effimere e legate profondamente alle tradizioni popolari della "terra sé" come lui stesso tenne a definire in quanto "attestato tangibile dell'amore per la terra natìa."
Superstizioni La donna più dell'uomo, presiede ai misteri della vita della morte. Quando nasce un bimbo dimentica ben presto le doglie del parto e gioisce immensamente. Un figlio è l'aspirazione primaria di una donna. Lo difende da tutte le forze avverse, tenebrose e invisibili. Nelle lunghe e fredde serate d'inverno si parlava di "streghe", di "fattucchiere" e di "squartere" (le male lingue) accanto al focolare mentre si sferruzzava per le provvigioni di calze e maglie contro il freddo. Dal camino scendeva la catena consistente in una serie di anelli concatenati e saldati, terminante con una piastrina ad uncino per appendere la "cuttrella" (il paiolo). La Strega La strega s'identificava sempre in qualche vecchia del paese: precisamente in quella che entrava in Chiesa (nella Messa di mezzanotte a Natale) dopo il canto gioioso del "Gloria a Dio nell'alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà". La strega non poteva sentire, senza atroci tormenti, l'annunzio della nascita di Gesù Cristo che scacciò demoni e spiriti immondi. Vittime innocenti della strega i bambini lattanti trovati spesso mordicchiati, arrossati per i pizzichi, strapazzati nella culla o gettati a terra o sotto il letto. E qui l'episodica sarebbe abbondante varia circostanziata "veramente accaduta". Il bimbo moriva inesorabilmente, si racconta, se la strega maledetta assottigliava tanto la testolina del bimbo da farla entrare in un anello della catena del camino. Quella catena però (sempre secondo la convinzione popolare) poteva incatenare anche la vecchia qualora si fosse presentata in visita di cortesia. Se la padrona di casa riusciva a prendere l'estremo lembo della catena ad uncino, rivoltarlo vero l'alto ed agganciarlo in uno degli anelli, la strega restava prigioniera. Era questo lo stratagemma per verificare direttamente se quella "tizia" era veramente strega. Infatti questa, col passar delle ore, diventava nervosa, impaziente e, alla fine era costretta a chiedere alla padrona di sganciare la catena e farla pendere con l'estrema punta verso il fuoco. Solo allora poteva alzarsi, salutare ed andare a casa. La strega operava di notte. La luce era la sua nemica. Perciò ad evitare l'ingresso notturno in casa, si metteva dietro l'uscio una scopa o una "scerta" (treccia) di pannocchie rosse di cui la strega doveva contare senza sbagli tutti i chicchi o i fili della scopa. Lo sbaglio era quasi sicuro: la luce dell'alba la metteva in fuga. Abbiamo visto un "rencorn" (un pezzo di corno biforcato di cervo) che una famiglia si trasmette da oltre un secolo e mezzo e che ancora oggi viene usato come talismano o antidoto antistrega. Si mette nella culla del bambino: la strega si rende impotente perché dovrebbe contare tutti i piccolissimi, quasi impercettibili, nodi del "rencorn". Questo "rencorn" ci riporta per associazione di idee, alla leggenda di Cocullo nei riguardi di San Domenico. Mosso a compassione dai cocullesi terrorizzati da un ferocissimo lupo e molestati da un'invasione di serpi velenose, il Santo placò prima il lupo e poi, col suono d'un flauto ricavato da un osso di cervo, fece uscire dai covi le serpi e, incantandole, le rese innocue. Come Benevento, anche Villalago ha la sua "noce di Mario" dove si riuniscono in conciliabolo le streghe del circondario.
La Fattucchiera Se l'immagine della strega tenta a scomparire ci si appiglia ai rimedi antistrega solo a titolo cautelativo, resta intatta la figura della "fattucchiera" che esercita la sua missione particolarmente nella sfera erotica prima e dopo il matrimonio. Per piccoli mali fisici, la fattucchiera agisce togliendo il malocchio. "Il fascino, malucchie, è causa di febbre, dolor di capo, convulsioni specialmente nei bambini. E' qualcosa di malefico che per mezzo dello sguardo passa e si attacca come malattia infettiva. Per questo è sinonimo di jettatura "Malattije che ss'ajjette = malattia che si attacca, contagiosa, infettiva". Inoltre ha il potere sugli animali, sulle operazioni domestiche e simili. Così se un bue all'improvviso cessa di arare e si dimena per dolori di ventre; se il pane o il sapone non riescono bene; se l'acqua d'una fonte diminuisce o manca, c'è sempre qualcuno che tutto ciò attribuisce al mal d'occhio" Per accertarsene, il modo più diffuso è il ricorso al piatto con alcune gocce d'olio e lanterna o candela. Se le gocce appena versate nel piatto rimangono tondeggianti, è indice dell'esistenza del malocchio. Alle parole magiche della Fattucchiera che accompagnano segni ripetuti sulla fronte, il malocchio scompare: il paziente si sente immediatamente libero da dolore di testa o di stomaco accompagnato talora da vomito improvviso di capelli o ciocche di capelli. Quando poi si tratta di agire nella sfera psichica, sentimentale, erotica, la "fattura" si toglie con filtri, polverine e pozioni "brevi" da portare addosso chiamate "grevi" dai Villalaghesi. Il Tanturri riferisce che le "donnicciole" scannesi ritengono "espertissimi nelle fatture, quelli di Villalago" e si rifiuta di inserire nella monografia "cose ripugnanti col secolo XIX raccomandando più zelo ai ministri della Religione". Aveva ragione. Si smetta una buona volta con queste imposture degradanti. Si chiuda per sempre "il libro del comando" della maga Angiolina.
La Mala Lingua o Squartera In due modi i Villalaghesi riescono ad inviduare la "mala lingua" che in gergo dialettale si chiama "squartera": nel sogno e nel fuoco. Sognando le serpi si era sicuri che una "mala lingua" seminava discordia viperina...la mattina, appena desti, si metteva un pugno di paglia nel saccone o pagliericcio del letto e, pestandolo, si diceva: "Ti si pesti la testa". Poi si attendeva...la donna che entrava per prima in casa era lei la "squartera". Stando vicino al focolare, si notavano, in pezzi di legna verde, linguette di fuoco, secondo la bella terzina di Dante: "Come d'un stizzo verde che arso sia da un dei lati e dall'altro cigola per vento che va via" (Inf. XIII, 40)
Quel cigolare della "monachella" (piccolo lapillo che s'alza dal fuoco) era, per i Villalaghesi, la "mala lingua" da identificare nella persona che per prima entrava in casa.
Le Pumnare
Chi nasce nella Notte di Natale, diventerà "pumnare" o "lupo manale" o "lupo mannaro". E' la malattia chiamata licantropia che produce allucinazioni per cui il malato si crede una determinata bestia e ne imita le azioni. Si fa accenno alla Bibbia a riguardo di Nabucodonosor: "fu scacciato dagli uomini e si cibò di fieno come un bue, e dalla rugiada del cielo fu cosperso il suo corpo tanto che i peli crebbero come le penne delle aquile, e le sue unghie come gli artigli degli uccelli".
Il nome indicherebbe "uomo-lupo"-mannaro- (in tedesco: mann, in inglese: man) oppure "lupo d'acqua" (manalis) in quanto si crede che gli infermi nella crisi del male sentano il bisogno d'acqua e di notte (soltanto di notte essi diventerebbero agitati e furiosi) scorazzino nei campi in cerca d'acqua in cui potersi tuffare, emettendo urli somiglianti a guaiti o ululati dei lupi. Secondo altri "mannaro" potrebbe derivare anche da "mano" giacchè il licantropo raspa per terra. A Villalago non manca quasi mai un "pumnare "visto da molti in giro nottetempo e tuffarsi nei piloni d'acqua, Spauracchio dei bambini, e non di essi soltanto.
Leggende sul Lago di Scanno Intorno al Lago sono sorte le più belle leggende tratte, al dire del Colarossi-Mancini (n.d.r…autori del libro “Storia di Scanno” del 1921 e ristampato nel 2006) dall’Antifor di Barosia rozzo poema romanesco del sc. XV. Di 40 canti e poco meno di 300 ottave, allora in voga e letto avidamente dai nostri pastori insieme alla Bibbia, Divina Commedia, Gerusalemme Liberata, Orlando Furioso e, più recentemente, a Guerino Il Meschino ed ai Reali di Francia. Orlando, Rinaldo, Carlo Magno, Paladini, Angelica…furono noti alle nostre genti che, traslando personaggi e luoghi, accostando periodi storici distanti tra loro, li resero protagonisti di vicissitudini locali con tinte e sfumature particolari. Abbiamo raccolto in tre leggende le diverse versioni delle stesse.
La prima... Vi fu una guerra tra l’Imperatore di Roma ed il Re Battifòlo di Betìfulo, la cittadina fondata alle Acquevive del Lago. Il primo aveva un grande esercito che schierò in una vasta pianura. Battifòlo invece, disponendo di pochi soldati e vedendosi perduto, ricorse al suo consigliere Pietro Baialardo che aveva il “libro del comando”. Questi comandò e quella pianura diventò un lago sommergendo l’esercito dell’Imperatore e dando la vittoria al Re Battifòlo. La seconda... Una seconda leggenda colloca la lotta tra Pietro Baialardo e la regina maga Madama Angiolina per il possesso della zona. Secondo tale versione fu Pietro Baialardo che sulla pianura dove avvenne il combattimento fra i due eserciti contendenti, fece nascere il lago e cader sull’esercito della donna una pioggia di sassi infuocati. Ma Angiolina non si diede per vinta. Da donna scaltra, e maga per giunta, mise in giro la notizia che il bel lago era opera sua, l’avversario respinto e sconfitto. Tra Lei e Baialardo ormai c’era lotta aperta e dichiarata: anche Madama Angiolina aveva il “libro del comando”. Pietro Baialardo era legato a concezioni superate sostenendo che la donna non doveva regnare e perciò tese tutte le insidie per farla prigioniera ed usurparle i possedimenti. Infatti mandò soldati al Castello della dama, ma furono prontamente respinti col “libro del comando”. Lo stesso Pietro Baialardo, adescato da quella donna infernale, fu costretto a fuggire da una finestra donde penzolò dentro un cesto per un’intera nottata (…qui è evidente il riferimento ad Ovidio). Pietro Baialardo la invitò un giorno al suo Castello accogliendola con una pioggia di sassi, ma la maga si difese col “libro del comando”. Alla fine Baialardo trovò il modo di riuscire ad attuare il suo proposito inducendo la Regina a spegnere tutte le luci del suo regno. Il tranello funzionò e Pietro Baialardo la spodestò impossessandosi di tutti i suoi possedimenti. Non sembra, questa leggenda, rispecchiare l’atavico antagonismo tra Scanno (Pietro Baialardo) e Villalago (Madama Angiolina) ?
La terza... Pietro Baialardo, rispondente storicamente a Pietro Barliario, astrologo e negromante salernitano morto nel 1149, ha assurto la notorietà in tutto l’Abruzzo d’un personaggio sinistro identificabile con persona poco raccomandabile col noto detto: “Ne ha fatto più lui che Pietro Baialardo”. Secondo la leggenda, Pietro Baialardo, divenuto Signore incontrastato della zona, cominciò ad annoiarsi ed a rimpiangere la vita di lotta con Madama Angiolina…Intanto il rimorso delle sue malefatte lo attanagliava: perciò decise di scendere all’inferno e verificarne l’esistenza con i propri occhi…L’inferno c’era e lo aspettava! Decise allora di convertirsi e fare la penitenza impostagli: nella stessa notte di Natale ascoltare tre Messe in tre diverse località: Betlemme, Gerusalemme, Roma. Col “libro del comando” ci riuscì. Invocò le potenze infernali che gli misero a disposizione un diavolo velocissimo come il pensiero dell’uomo. Inforcò questo diavolo e via verso le tre città per adempiere al suo dovere di penitente. E si salvò. Angiolina spodestata, tornò al suo regno primitivo fatto di felicità, giovinezza e primavera eterna: il regno immortale delle fiabe!
testi tratti da: "Villalago, storia - leggende - usi - costumi" di P.Antonio M.D'Antonio - Ed. Italica - Pescara 1976
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Il Costume Villalaghese
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Ultimo aggiornamento: 22-01-12.
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