Portale web di promozione turistica per Villalago (AQ), l'antica Villa de Lacu, oggi annoverata nel Club dei Borghi più Belli d'Italia

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Veduta di Villalago in una cartolina d'epoca...

 

Cenni Storici...

Villalago, situata a 25 Km. a sud ovest di Sulmona, sorse prima del XII° secolo quando l’assetto insediativi di Valva e di gran parte delle valli interne dell’Appennino si concentrò nei castelli .

Il centro storico, più che per isolati episodi di architettura delle maestranze, si caratterizza per la bellezza dell’insieme delle masse murarie. Dai punti di vista delle colline circostanti, si nota il suo ergersi armonico e proporzionato, digradante sulla montagna chiamata Argoneta.

L’andamento dei vicoli più antichi, è la risultante attuale delle antiche cinte murarie, sulle quali vennero ricavati i tipi abitativi in verticale caratteristici di queste contrade. All’interno di queste abitazioni vennero inglobate anche le torri difensive di caratteristica tipologia a pianta circolare, che fanno giusto coronamento alla Torre Medievale , ideale cerniera sulla quale ruota tutto il nucleo antico.

Come la maggior parte dei paesi italiani delle zone interne, Villalago è posto vicino al limite più alto della terra coltivata, facilitando in tal modo l’accesso ai campi coltivati, al pascolo e al bosco, dove si raccoglieva il legname.

Con la disgregazione dell’Impero Romano e la creazione del Regno Longobardo, la Valle del Sagittario rappresentò il confine meridionale del Ducato di Spoleto. Tra il 774 e il 778, il duca Ildebrando offrì al monastero di S. Vincenzo al Volturno la valle di Flaturno (nome medievale del fiume Sagittario) con le relative proprietà terriere, servi e serve. Da un documento del 874, apprendiamo che la cella monastica di Santa Maria in Flaturno era formata da 9 villae ben delimitate; inoltre esso elenca i nomi di 120 schiavi in cui vi sono inclusi anche alcuni chierici, un fabbro ferraio (ferraius), un pastore di capre (caprarius), ed un ortolano (ortolarius).

Alcuni degli uomini elencati erano liberti (cartulati), sebbene ancora chiaramente soggetti alla cella: cartulati S. Marie sunt omnes de Campulu servi vel ancille S. Marie. Tutto ciò a testimonianza del fatto che anche in una valle – come quella dell’Alto Sagittario – dove l’agricoltura è sempre stata poco redditizia, per i Villalaghesi rimase nei secoli l’attività produttiva prevalente.

In un successivo documento, datato giugno 996, Roffredo, abate di S. Vincenzo al Volturno, concede a livello per ventinove anni, a Trasmondo del defunto Tedemari di Valva, il quale aveva prestati alla badia trecento soldi, i due quinti della proprietà dipendente da S. Maria in Apianici, cella di S. Vincenzo, situati “in valle de Flaturno”, per la corrisposta annua di un censo di soldi due. Questo documento risulta prezioso, tra l’altro, in quanto vi vengono descritti i confini di detta cella di S. Maria di Flaturno:

 “ In Dei nomine. Scriptum precarie seu conveniencie, qualiter steti adque conveni inter me Trasmundus, filius quondam Tedemari de Marsi , habitator in Valva, et te Roffridus, humilis abbas ex monasterio Sancti Vincencii… amodo et usque in .xx. et .viiii. em annis., per hunc scriptum convenience, oc est de res iuris proprietatis de ipso monasterio vestro Sancte Marie de Apianici, qui pertinet ad ipsum monasterium Sanctii Vincencii, qui est in valle de Flaturno, et per eis vocabula, in montibusque et in planis, quod sunt duo parti de omne iuris qui pertinet Sancte Marie de Apianici, infra finis et loca definite, in Flaturno et per eius vocabula: fine cruce, fine serra de ipso monte de Pile, et fine lacu de Voluntate, et fine furca Caroli, et fine serra de Rofine, et fine monte Formuosu, quomodo per ipsa terra descendit in flumine Frigido, et quomodo ascendit in ipso monte de Poniu, et fine Treseli, quomodo revertit ad Cruce; omnia et in omnibus quantum infra suprascripte finis de ipse due parti pertinet ad ipsa ecclesia SancteMarie de Apianici, dedisti tu suprascriptu Roffridus abbas, perscriptum convenience michi suprascripti Trasmundi, vel ad meis heredibus amodo et usque in completi .xx. et .viiii. em annis dedisti duo parti de mne rebus… “

Nel secondo decennio del secolo XI , i figli di Oderisio, conte di Valva, accordarono il loro patronato a S. Domenico Abate, che nel 1017 fondò il monastero di S. Pietro in Valle de Lacu, mentre i suoi nipoti donarono a Montecassino nel 1067 il suddetto monastero con tutti i suoi beni e il Monastero degli Eremiti in Prato Cardoso.

Tra i resti delle mura del Monastero di S. Pietro in Lago si rinvenne questa iscrizione, riportata dal Mommsen nel "Captus Inscriptionum Regni Neapolitani", n° 7198: 

OBIDIA AMOR VIVA SIBI LOBDI (probabilmente L. OBDI) SAGITES DECURIONIS FILIA.

Così, nel suo lavoro sul Monastero di San Pietro in Lago, monsignor Celidonio ci tramandava il testo e il rinvenimento di un’epigrafe a ubicazione , citando come sua fonte il Mommsem. Continuando l’autore scrive:  "non so cosa  ne abbiano concluso i dotti. Pare a me che lì, o dappresso, dovette esistere  qualche pago romano, che più non era quando S. Domenico vi edificò il monastero". Il Sagites poi indica un personaggio o un luogo che avrà dato il nome al Sagittario. Già ai primi del secolo, dunque, il Celidonio parlava di un pago romano nelle vicinanze del Monastero, accennava ad una discussione in atto tra i dotti e non considerava il Sagites, esclusivamente, una persona: il decurione padre di Obidia Amore. Gli studiosi successivi avrebbero considerato il Sagites come una persona, trascurando del tutto la possibilità che questo potesse costituire il nome di un luogo, del luogo di origine  del decurione o di quello in cui fu scolpita la stele.

Il Sagites, infatti, potrebbe essere o un genitivo di specificazione e in questo caso la lapide si leggerebbe: "Obidia Amore, figlia di Lucio Obidio, decurione di Sagite (fece fare) per sé in vita"; oppure un locativo con desinenza alla greca, che indicherebbe il pago in cui L. Obidio esercitava la sua carica, offrendoci questa possibilità di lettura: "Obidia Amore, figlia di Lucio Obidio,decurione presso Sagite, (fece fare) per sé in vita".

Sarebbero così possibili due chiavi di lettura. Per qualunque delle due si propenda emergerebbe comunque l’esistenza di un pago, quel pagus che dovette essere, per dirla con il nostro storico, di lì, o dappresso il Monastero, di cui i monaci poco o nulla videro, ma da cui trassero indubbiamente, parte del materiale di costruzione per la nuova fabbrica. A questo punto non resta che stabilire l’ubicazione del pago di Sagites, sicuramente collegato al fiume che scorre nei suoi pressi: il Sagittario, cui esso dette o da cui trasse il nome.

Per giungere al Monastero di San Pietro, si deve prendere la strada che parte dal cimitero di Villalago e seguirla per circa trenta minuti: essa conduce al punto che interessa. Giunti sul poggio che sovrasta le rovine del Monastero, prima di scendere, se ci si sposta a sinistra, si notano sul terreno concentrazioni di cocci, di tegoloni, di sigillata insomma, per usare un termine tecnico.

Resti delle mura del Monastero

Qui un occhio abituato noterà la traccia della cinta muraria di un accampamento di età italico – repubblicana la cui esistenza era stata già intuita, circa un secolo fa, da Antonio De Nino. Questo potrebbe essere il sito in cui sorgeva il pago di cui si legge in Celidonio, il Sagites della nostra lapide.

Da un’analisi del documento di donazione, in cui è riportata anche una dettagliata descrizione dei confini, notiamo come in quel tempo il monastero di S. Pietro in Lago avesse incorporato gli antichi possedimenti della cella di Santa Maria di Flaturnio.

Resti delle mura del Monastero

Dopo i conti di Valva, i feudatari laici della zona furono prima i Borrelli, un ramo collaterale della famiglia comitale e poi i di Sangro. I Villalaghesi, nel corso della loro storia, hanno ingaggiato lotte anche cruente per la difesa del territorio e della loro autonomia. Nel 1301 un gruppo di uomini armati provenienti da Pescasseroli, assoldati dalla contessa Margherita di Sangro, misero a fuoco il paese di Villalago e bruciarono anche il Monastero di S. Pietro. Maggiore fortuna essi ebbero lottando contro i conti Belprato di Anversa, fino alla decisiva vittoria del 1568 che consentì al paese di costituirsi in Università libera e autonoma della Contea di Anversa degli Abruzzi e, successivamente, dal marchesato di Raiano.

Con la dissoluzione del Regno delle due Sicilie, Villalago entrò a far parte del Regno d’Italia e con la crisi dell’economia agricolo-pastorale che seguì alla Seconda Guerra Mondiale e alla successiva industrializzazione, il paese ha vissuto il fenomeno dell’emigrazione e del progressivo invecchiamento della sua popolazione residente, a cui negli ultimi anni si è posto rimedio promuovendo un concreto sviluppo endogeno nel settore dell’artigianato, del turismo, dell’ambiente.              

Mappa antica dell'Abruzzo conservata ai Musei Vaticani

 

 

 

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Ultimo aggiornamento: 29-01-14.